giovedì 9 agosto 2018

Slow Food Italia chiede al Governo la dichiarazione in etichetta del prezzo all’origine


Slow Food Italia condanna duramente lo sfruttamento di braccianti in agricoltura con tutte le sue tragiche conseguenze e da anni si batte per sensibilizzare la popolazione sull’ignobile corsa al ribasso dei prezzi che si scarica sulla parte più debole della filiera e porta forme di schiavitù intollerabili in una società che si dice civile. Le ultime, drammatiche, vicende di cronaca della morte di 16 lavoratori di origine africana avvenuti in provincia di Foggia richiamano l’attenzione sul fenomeno del caporalato: «Una mattanza intollerabile – dice il Comitato esecutivo di Slow Food Italia a nome di tutta l’associazione – che avviene ormai in modo palese. Lo Stato deve mettere al centro delle proprie politiche la tutela dei lavoratori, spesso migranti regolari in Italia alla ricerca di opportunità lavorative e di un futuro migliore per sé e per la propria famiglia. Lo sfruttamento dei braccianti agricoli è un fenomeno noto a tutti».

Secondo i dati del rapporto «Agromafie e caporalato» dell’Osservatorio Placido Rizzotto, sono 400 mila i braccanti agricoli impegnati nella raccolta di pomodori, di cui almeno 100 mila, cioè un quarto, subiscono forme di ricatto lavorativo e vivono in condizioni disumane. Lavorano dalle 8 alle 12 ore al giorno, per una paga media di 3 euro l’ora, il 50 per cento in meno di quanto previsto dalle norme nazionali. Purtroppo, il fenomeno dello sfruttamento del lavoro non riguarda solo la Puglia e il pomodoro, ma è stagionale e tocca altre parti d’Italia, basti pensare alla raccolta delle arance.

I nuovi schiavi delle campagne italiane sono una delle conseguenze dello strapotere della Grande distribuzione organizzata nella commercializzazione di prodotti alimentari, spesso venduti a prezzi inferiori al costo di produzione. Gli imprenditori agricoli, per salvare le proprie aziende e non lavorare completamente in perdita, si rifanno sull’ultimo anello della filiera, il più debole, cioè i braccianti che faticano e sudano nei campi per pochi euro l’ora, tutti i giorni. Con tutti i rischi che ciò comporta sia sui luoghi di lavoro, sia nel tragitto verso le bidonville in cui spesso sono costretti a vivere.

Per uscire da questo circolo vizioso fatto di sfruttamento, azzeramento dei diritti e violenza, Slow Food Italia propone l’obbligatorietà del prezzo all’origine: su ogni etichetta deve essere indicato quanto è stato pagato il prodotto agricolo al contadino, in modo che il consumatore possa scegliere catene di trasformazione e di distribuzione che privilegino la remunerazione del lavoro nei campi allo sfruttamento e al nuovo schiavismo.

«Facciamo appello – aggiunge il Comitato esecutivo di Slow Food Italia – a tutti i consumatori: quando andiamo ad acquistare i frutti della terra dobbiamo prestare la massima attenzione a non diventare complici di questo neo-schiavismo, evitando di scegliere sempre le offerte al ribasso o marchi della Grande distribuzione che praticano politiche dei prezzi aggressive e non etiche. Quando spendiamo i nostri soldi dobbiamo fare la differenza, privilegiando aziende e marchi che facciano della sostenibilità e dell’eticità un pilastro del proprio business. Il cibo deve essere un motore di cambiamento per la nostra società. Come Slow Food ci crediamo e investiamo tutte le nostre risorse ideali. Il tema è al centro delle nostre politiche e sarà al centro di Terra Madre Salone del Gusto, la manifestazione che dal 20 al 24 settembre a Torino si svolgerà all’insegna dell’espressione #foodforchange, in cerca di un “cibo per il cambiamento” più equo per tutti».
Fonte: Sloow Food

mercoledì 8 agosto 2018

L’Accademia dei Georgofili sezione Sud-Est promuove la Cipolla Rossa di Acquaviva


Nell’ambito delle iniziative sulla valorizzazione del ricco patrimonio varietale orticolo della Regione Puglia è stato organizzato una giornata di studio, martedì 4 settembre, con inizio ore 10 presso l’azienda “Agriturismo Lama San Giorgio” (Rutigliano, Bari) sul tema

LA CIPOLLA ROSSA DI ACQUAVIVA DELLE FONTI

UNA DELIZIA DEL PALATO A DIFESA DELLA SALUTE

La cipolla rossa di Acquaviva, che per le ottime caratteristiche organolettiche, si sta affermando con crescente successo sui mercati nazionali è un tipico ortaggio del mondo contadino meridionale, che nel tempo è divenuto non solo un prezioso ingrediente di molte salse celebri come il ragù bolognese, il sugo di carne genovese, la bouillabaisse, ma anche un gustoso componente di pizze rustiche di, insalate e piatti diversi. In particolare, la cipolla rossa di Acquaviva, caratterizzata dai bulbi sub sferici con tuniche carnose e succulenti dolci e lievemente piccanti è piacevole consumata anche cruda. Le testimonianze storiche fanno risalire a diversi secoli fa, la coltura di questa varietà nell’agro di Acquaviva, tanto che il comune viene soprannominato “U pais di cipodde” con festeggiamenti nella prima domenica di ottobre e la sagra del calzone nella 3a domenica di ottobre. La cipolla ha un discreto valore nutritivo per la presenza di oligoelementi, zolfo, ferro, potassio, magnesio fosforo e calcio, diverse vitamine A complesso B, C, E, flavonoidi. Studi più recenti hanno evidenziato la presenza di principi attivi  ad azione diuretica, ipoglimicizzante, decongestionante, disinfettante. Attualmente, un crescente interesse è rivolto alla ricerca nel mondo vegetale di specie che contengono principi ad azioni antitumorali, le cipolle contengono polifenoli, come la quercitina che bloccano la crescita delle cellule tumorali. Preferibilmente sono da consumare crude in insalate. Gli aspetti organolettici e salutistici saranno ampiamente illustrati da esperti, nel corso della giornata di studio, a cui seguirà la degustazione di piatti tipici a base di cipolla. L’incontro è organizzato dall’Accademia dei Georgofili sezione Sud-Est, in collaborazione con la Cooperativa Viva Frutta diretta dal Dott. Donato Fanelli, attuale coordinatore Comitato Uva da tavola dell’Ortofrutta Italia.

martedì 7 agosto 2018

Firmato decreto per marchio "Prodotto di Montagna"


È stato firmato dal Ministro delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo Gian Marco Centinaio il decreto che istituisce il marchio identificativo del regime di qualità "Prodotto di montagna".

"Tutelare i prodotti di montagna - afferma il Ministro Gian Marco Centinaio - vuol dire premiare il lavoro di migliaia di piccole e medie imprese che contribuiscono a tenere viva l'economia del nostro Paese. Questo vuol dire anche riconoscere il valore sociale, ambientale e turistico di queste aree. Con questo marchio, inoltre, sempre nell'ottica della maggiore trasparenza e tracciabilità, sarà più facile per i consumatori riconoscere e scegliere queste produzioni Made in Italy".

Il logo (verde, con una montagna stilizzata) può essere utilizzato sui prodotti previsti dal regime di qualità omonimo. L'indicazione facoltativa di qualità "Prodotto di montagna" è riservata alle materie prime che provengono essenzialmente dalle zone montane e agli alimenti trasformati, nel caso in cui la trasformazione, la stagionatura e la maturazione hanno luogo in montagna.

Olivicoltura biologica superintensiva: una risposta ai mercati e alla Xylella


Negli anni ’90, in terra spagnola, presero piede le varie tecniche destinate alla coltivazione superintensiva di olivi. A distanza di più di 20 anni, l’olivicoltura superintensiva in Italia rappresenta lo 0,2% rispetto al totale degli oliveti presenti in tutta la nazione, mentre in Spagna rappresenta il 2%. 
Questi dati ci vengono forniti da Donato Miccolis, classe ’97, laureando in Scienze e Tecniche Agrarie, attualmente impegnato nel suo lavoro di tesi su “Gestione biologica del superintensivo” con specifico riferimento all’olivicoltura. Egli dunque approfondisce il superintensivo, ma nella sua gestione biologica e con un occhio ai mercati internazionali, a proposito dei quali dice: “Constatata l’elevata competitività da parte di Spagna, Tunisia, Grecia e Marocco e preso atto del valore sul mercato dell’olio EVO biologico, l’Italia potrebbe meglio competere investendo nella olivicoltura biologica superintensiva”. “La Puglia è la patria italiana dell’olio, eppure – precisa – nel suo territorio sono presenti meno di dieci aziende dedicate al superintensivo biologico”.
Investire su quanto detto non è proprio un azzardo, poiché la bassa vigoria delle cultivar del superintensivo comporta una produttività tempestiva: dopo 2/3 anni c’è già l’entrata in produzione con una stima di circa 4 tonnellate per ettaro, per poi raggiunge la decina dal quarto anno.
Se sorprende tanta tempestività, non meravigliano le quantità: gli impianti superintensivi prevedono poca distanza a separare gli alberi, la cui gestione della chioma li mantiene sostanzialmente piccoli per evitare che competano tra loro, anche solo ombreggiandosi l’un l’altro. Tale disposizione permette maggiore efficienza produttiva ed inoltre la meccanizzazione della raccolta mediante le scavallatrici: in 2 ore raccolgono quanto un uomo può in 18 ore, permettendo quindi una migliore gestione dei contoterzisti. In conclusione Miccolis ci lascia con un suggerimento: “Le cultivar del superintensivo risultano più resistenti alla Xylella, ormai alle porte di Locorotondo, indi per cui possono compensare la morìa di ulivi cui assistiamo, senza rinunciare, ma anzi incrementando la produttività del settore”. 



lunedì 6 agosto 2018

FOGLIE TV - Nuovi trend dell'ortofrutta nella distribuzione organizzata

Giuseppe Porro ci esprime quali sono i nuovi trend nel reparto ortofrutta nella distribuzione organizzata, per dare valore a tutta la filiera dal produttore al consumatore.

Decreto Dignità, Confagricoltura: più flessibilità per le prestazioni occasionali in agricoltura


“Con le nuove norme si è ampliato e reso più flessibile quanto previsto dal contratto di prestazione occasionale in agricoltura, venendo incontro alle esigenze delle aziende agricole”. Così commenta Confagricoltura le disposizioni per il lavoro occasionale (come la raccolta della frutta e la vendemmia) previste nell’ambito del “Decreto Dignità”, approvato ieri sera alla Camera e che passa ora all’esame definitivo del Senato.

“Le nuove disposizioni -  fa presente Confagricoltura – hanno ampliato il periodo  di impiego (da tre a dieci giorni ) e semplificato le procedure con l’autocertificazione del lavoratore (che attesta di essere disoccupato anche di altri settori, o studente fino a 25 anni, o pensionato)”.

“Dopo l’introduzione dei voucher nel 2008  in occasione del periodo della vendemmia – ricorda Confagricoltura - con la legge 96/2017 si definì  il contratto per le prestazioni occasionali.  In agricoltura non si è mai abusato dello strumento: nel periodo 2008-2016 solo il 4,3% dei voucher complessivamente venduti venne destinato alle attività agricole. Se poi si guarda solo all’ultimo anno disponibile (2016), la percentuale scese addirittura all’1,8% del totale”.